Obesità e idoneità al lavoro, un problema emergente con alti costi sociali

Obesità e idoneità al lavoro, un problema emergente con alti costi sociali
7 Agosto 2020 Redazione

La prossima epidemia che colpirà il mondo sarà molto probabilmente quella del sovrappeso e dell’obesità. 

Prima che il mondo fosse travolto dalla pandemia del Covid-19, istituzioni internazionali come OCSE e OMS hanno posto intenzionalmente il problema dell’obesità in termini epidemiologici: oggi più della metà della popolazione di 34 su 36 Paesi dell’OCSE è in sovrappeso (quasi 1 persona su 4 è obesa) e nei prossimi 30 anni si conteranno 92 milioni di cittadini obesi o con malattie correlate al sovrappeso. Inoltre, l’obesità costa ad un Paese, mediamente, l’8,4% del bilancio.

Tutto ciò è emerso dal rapporto “The Heavy Burden of Obesity. The Economics of Prevention” pubblicato dall’OCSE (Organizzazione per la Cooperazione e lo Sviluppo Economico) a ottobre 2019, basato sull’analisi dei costi economici, sociali e sanitari legati all’eccesso ponderale della popolazione di 52 Paesi.

Secondo i dati della ricerca, la situazione in Italia vede il 42,5% dei maschi adulti in sovrappeso ed il 10,5% obeso, mentre tra le donne il 26,6% è in sovrappeso e il 9,1% obeso. Il sovrappeso rappresenta il 9% della spesa sanitaria, riduce il PIL del 2,8% e, per coprire questi costi, ogni cittadino paga 289 euro di tasse supplementari all’anno. Non solo, gli italiani vivono in media 2,7 anni in meno a causa del sovrappeso ma, nel mercato del lavoro, la produzione risulta essere inferiore di 571 mila lavoratori a tempo pieno all’anno.

Lo studio dell’Ocse conferma le infauste previsioni che l’Organizzazione Mondiale della Sanità ha già presentato nel 2015 durante il  22° Congresso  europeo  sull’obesità. Secondo tali proiezioni, infatti, nel 2030 molti Paesi avranno più della metà della popolazione adulta sopra il limite di peso ritenuto “sano”. Nello specifico,  in Italia la percentuale di donne sovrappeso passerà dal 39% del 2010 al 50% del 2030, mentre le obese passeranno dal 10 al 15%. Peggio per i maschi: si passerà dal 58% di sovrappeso del 2010 al 70% nel 2030, con gli obesi che passeranno dal 12 al 20%.

L’obesità non solo rappresenta uno dei maggiori problemi di salute pubblica, ma pone anche delle sfide al mondo del lavoro, soprattutto per quanto riguarda la salute e sicurezza sul lavoro (SSL), un aspetto che non andrebbe trascurato viste le ultime riforme pensionistiche che allungano la vita  lavorativa  delle  persone. Lo stato di salute dei lavoratori diventa un fattore prioritario in quanto da esso dipende la loro effettiva partecipazione al mercato del lavoro.

Prima di affrontare le implicazioni che i crescenti tassi di obesità, riscontrabili nelle fasce più adulte e più giovani delle popolazioni, hanno sulle dinamiche del mercato del lavoro, vediamo la correlazione tra obesità e SSL.

Obesità e Salute e Sicurezza sul Lavoro (SSL)

Il termine obesità indica una condizione clinica caratterizzata da un eccesso di peso in relazione all’altezza di un individuo che si può misurare con l’indice di massa corporea (IMC) in kg/m2 o con le pliche cutanee che mostrano la distribuzione del tessuto adiposo sottocutaneo.

L’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) ha definito diversi stadi dell’obesità:

  1. sovrappeso per un IMC tra 25 e 29,9 kg/m2
  2. obesità di 1° grado per un valore tra 30 e 34,9
  3. obesità di 2° grado tra 35 e 39,9
  4. obesità di 3° grado dal 40 in su

L’altro metodo di misurazione delle pliche cutanee misura, invece, le circonferenze addominali a livello ombelicale e interiliaco, individuando la distribuzione del grasso, tipicamente diversa tra maschi e femmine. Infatti, mentre i maschi presentano generalmente una deposizione di tessuto adiposo addominale “alta”, nelle femmine è più diffusa una distribuzione “bassa”. Una prevalente distribuzione di grasso con circonferenza “ombelicale” superiore a 102 cm negli uomini e a 88 cm nella donna comporta un significativo aumento di morbilità per malattie cardiovascolari, diabete mellito e sindrome metabolica, e aumentato rischio di mortalità per malattie cardiovascolari. Diversi studi epidemiologici hanno dimostrato un’associazione tra l’IMC e l’incremento di diverse malattie croniche quali le malattie cardiovascolari, il diabete mellito di tipo 2, alcune forme di tumore e la depressione.

Oltre il fatto che Negli ultimi anni si è resa più evidente la relazione direttamente proporzionale tra IMC e disabilità: la probabilità di incorrere in un declino funzionale con un grado crescente di disabilità aumenta proporzionalmente all’IMC. Inoltre, l’obesità riduce significativamente il numero di anni esenti da disabilità (5,7 per gli uomini e 5,02 per le donne), traducendosi in ulteriori costi per il sistema sanitario.

Le obesità gravi modificano il corpo impedendo un’escursione fisiologica dei movimenti e determinano una ridotta capacità nello svolgimento di attività di base della vita quotidiana e anche in diverse attività lavorative. Il lavoratore con obesità di 2°-3° si trova in una condizione caratterizzata da una riduzione della capacità lavorativa (ridotta tolleranza allo sforzo, ridotta escursione articolare a livello del rachide e delle principali articolazioni, ridotta forza muscolare normalizzata al peso corporeo, ridotta tolleranza a mantenere posizioni fisse prolungate, ridotta capacità di mantenersi in equilibrio, difficoltà respiratorie) e molte mansioni possono causare un pericoloso aumento della sua esposizione a fattori di rischio.

Dal punto di vista della salute sul lavoro, le persone obese o in sovrappeso hanno un maggior rischio di sviluppare malattie professionali quali i disturbi muscolo-scheletrici essendo maggiormente suscettibili alle lesioni e ad una maggiore compromissione muscolare, vascolare e nervosa indotte da movimenti ripetitivi e carichi eccessivi: i lavoratori obesi hanno una probabilità doppia rispetto a quelli normopeso di sviluppare tendinopatie dell’arto superiore e una probabilità quattro volte maggiore di sviluppare una sindrome del tunnel carpale.

La relazione tra obesità e rischio occupazionale ha una duplice lettura. Se da un lato, l’obesità è la causa o concausa principale nell’esporre il lavoratore al rischio di infortuni o malattie lavoro-correlate, dall’altro lato alcuni fattori di rischio come il lavori a turni o un lavoro stressante favoriscono lo sviluppo dell’obesità. Non a caso, statisticamente essa è più frequente nei lavori caratterizzati da una prolungata sedentarietà, sui turni e un lavoro stressante è spesso associato ad un maggiore Indice di Massa Corporea (IMC) con il rischio, in modo particolare negli uomini, di fare insorgere la sindrome metabolica dovuta a dieta ipercalorica e scarsa attività fisica.

Riguardo l’aspetto della sicurezza sul lavoro, si registra una maggiore esposizione agli infortuni sul lavoro in quanto l’obesità limita la funzionalità fisica, in termini di mobilità e flessibilità, determinando un più elevato rischio di lesioni rispetto a persone senza tali limitazioni.  Purtroppo, la maggior parte delle stime inerenti la correlazione obesità/SSL si deve agli Stati Uniti che hanno la percentuale più alta di obesi in età adulta.

Secondo alcuni studi statunitensi, il rischio di infortuni è maggiore del 15% per i soggetti in sovrappeso e del 48% per gli obesi rispetto ai lavoratori normopeso. Mentre il rischio di invalidità nel lavoratori in sovrappeso è superiore del 26% rispetto ai loro colleghi normopeso e sale al 76% per i lavoratori obesi. Inoltre, i lavoratori obesi appartenenti a determinate categorie professionali come autotrasportatori, vigili del fuoco, infermieri, ecc. risultano tra quelle più esposte al rischio occupazionale poiché svolgono mansioni che ne accentuano il livello di esposizione a fattori di rischio infortunio: si parla di mansioni comportanti il mantenimento di posture fisse prolungate che causano problemi muscolo-scheletrico, mansioni con interfaccia uomo-macchina che inducono ansia con accresciuta possibilità di errori oppure mansioni svolte in condizioni ambientali sfavorevoli.

Oltre alle notevoli implicazioni che l’incremento del numero di persone con problemi  di  sovrappeso causa sotto l’aspetto della salute e sicurezza sul lavoro (SSL),  questa  nuova  epidemia  ha  anche  un  importante  impatto economico sui lavoratori e sulle aziende.

Obesità e conseguenze economiche per i lavoratori e le aziende

Le conseguenze economiche per i lavoratori obesi si traducono in termini di spese di assistenza sanitaria, remunerazione bassa ed esclusione dal mercato del lavoro. L’obesità è associata ad una ridotta partecipazione alla vita lavorativa, che porta ad un aumento di assenteismo da parte del lavoratore che spesso deve sostenere enormi spese sanitarie con una remunerazione bassa dovuta alla sua scarsa produttività. Sono stati calcolati una perdita di giorni lavorativi 13 volte maggiore negli obesi rispetto ai normopeso; inoltre, gli fanno ricorrono maggiormente ad esenzioni per malattia e riconoscimenti di invalidità, totalizzando un numero di assenze dal lavoro per malattia di durata superiore a 8 giorni.

Questi fattori sono alla base dei comportamenti discriminatori nei confronti della forza lavoro obesa e si osservano sia nella fase di ingresso nel mercato del lavoro sia durante lo stesso rapporto di lavoro.  Nel primo caso, il comportamento discriminatorio rende più difficile l’assunzione della persona obesità o in sovrappeso per profili lavorativi che prevedono il contatto con il pubblico. Nel secondo caso, il datore di lavoro può procedere al licenziamento per inidoneità sopravvenuta o per scarso rendimento. Entrambe i casi comportano l’esclusione dal mercato del lavoro e l’abbandono precoce del posto di lavoro da parte delle persone obese o in sovrappeso.

Gli effetti economici dell’obesità sulle aziende consistono soprattutto in una minore produttività dovuta all’assenteismo e maggior rischio di infortuni sul posto del lavoro. Il legame negativo esistente tra obesità e produttività comporta la crescita dei costi diretti come i trattamenti medici, che le aziende devono sostenere per i propri dipendenti in sovrappeso o obesi, ma anche dei costi indiretti derivanti dall’assenteismo e da quello che americani definiscono come presenteeism, la circostanza in cui i lavoratori, anche se malati, si recano sul posto di lavoro riportando però minori livelli di produttività. Secondo un’altra ricerca condotta negli Stati Uniti nel 2011, i lavoratori sovrappeso o obesi si assentano dal lavoro 450 milioni di giorni in più all’anno rispetto ai colleghi normopeso con una perdita di produttività pari a 153 miliardi di dollari l’anno. Oltre alle perdite in termini di produttività, le aziende sostengono spese mediche del 42% più alte per i dipendenti obesi o sovrappeso rispetto agli altri.

I crescenti costi causati dall’obesità sono al centro delle preoccupazioni dei datori di lavoro che devono trovare nuove strategie aziendali per affrontare le implicazioni derivanti dal numero effettivo e potenziale di dipendenti in sovrappeso o obesi.

Obesità: interventi di tutela e prevenzione sul luogo di lavoro

L’obesità e il sovrappeso sono tematiche che datori di lavoro e governi non possono più ignorare. Al contrario, essi sono chiamati a svolgere un ruolo più attivo per migliorare lo stato di salute generale e l’andamento del mercato del lavoro, adottando misure volte a combattere l’obesità sul posto di lavoro con un diverso servizio di ristorazione, incentivi per il peso forma, creazione di centri fitness sul posto di lavoro, e gestendo l’obesità in maniera più vantaggiosa modificando l’ergonomia dell’ambiente di lavoro.

Riassumono di nuovo importanza le indicazioni che l’Organizzazione Internazionale del Lavoro rivolgeva già nel 2005 a datori di lavoro e ai sindacati, sottolineando il ruolo chiave che il luogo di lavoro può svolgere nel contenere “obesity epidemic” e promuovere l’attività fisica e una sana alimentazione. Corretti programmi di alimentazione sul posto di lavoro possono, infatti, prevenire l’obesità e le altre principali malattie croniche, incrementando il livello di produttività, il benessere dei lavoratori e riducendo i giorni di malattia e il rischio di infortuni.

Nonostante i comprovati benefici e le numerose iniziative intraprese da istituzioni e governi (ad esempio a livello di campagne promozionali, progetti nelle scuole, misure nel mercato dei prezzi degli alimenti etc.)  il tema rimane ancora un tabù sul luogo di lavoro.  Le imprese devono incidere maggiormente sulla salute dei propri dipendenti attraverso varie attività e strumenti, a beneficio della stessa azienda. Combattendo l’obesità, si ottengono migliori risultati in termini di produttività e maggiori risparmi, in conseguenza delle minori spese mediche da sostenere per i propri lavoratori. Possibili interventi nel tutelare una categoria particolarmente a rischio, quale quella del lavoratore obeso, possono comprendere l’adozione da parte del datore di lavoro di programmi miranti ad incentivare la perdita di peso tramite ad esempio l’esercizio fisico e la promozione di una alimentazione sana sul luogo di lavoro.

Inoltre, l’azienda deve essere in grado di accogliere una persona obesa. Per i lavoratori affetti da obesità di 2° e 3° grado dovrebbe essere preso in considerazione un adeguamento della postazione lavorativa attraverso interventi strutturali ed ergonomici per la postazione di lavoro in modo da garantire una sistemazione ottimale allo scopo di minimizzare l’esposizione al rischio e la limitazione della capacità lavorativa.

Come viene descritto nel rapporto Obesità e lavoro: un problema emergente, pubblicato nel 2011 sul Giornale Italiano di Medicina del Lavoro ed Ergonomia:

Ad esempio, un piano di lavoro regolabile in altezza consentirebbe un alloggiamento adeguato della massa addominale secondo le caratteristiche individuali. Le caratteristiche della seduta (altezza, dimensioni, presenza di braccioli, schienale, eventuale presenza di poggiatesta e poggia gambe) in riferimento ai parametri antropometrici (lunghezza di coscia e tibia, larghezza dei fianchi e del tronco, circonferenza addominale) influenzano la tollerabilità di posizioni di lavoro sedute prolungate, resa possibile da una corretta distribuzione delle pressioni di appoggio. La postazione di lavoro dovrebbe essere adeguatamente dimensionata (sufficiente spazio libero e assenza di intralci per consentire i movimenti del corpo), dotata di punti di appoggio robusti e stabili (per facilitare i passaggi di posizione), munita di pavimentazione antisdrucciolo.

Attualmente non sono disponibili dati specifici cui fare riferimento per la progettazione di posti di lavoro adeguati a soggetti affetti da grande obesità anche se alcune indicazioni utili vengono fornite dall’ergonomia. Le linee guida SIMLII (Società Italiana di Medicina del Lavoro e Igiene Industriale) suggeriscono di utilizzare valori cautelativi ad esempio per compiti di sollevamento da parte soggetti obesi o in sovrappeso, 15 kg per i maschi e 10 kg per le femmine oppure ridurre la richiesta energetica dei compiti lavorativi, limitando le fasi di lavoro a 15-30 minuti intervallati da adeguate pause di recupero. Inoltre, I dispositivi di protezione individuale sono spesso poco confortevoli a causa delle fattezze inappropriate e possono aumentare il rischio di sovraccarico respiratorio. Perciò le attrezzature di lavoro per i grandi obesi dovrebbero essere scelte ponendo particolare attenzione ai requisiti di portata, solidità, adattabilità e regolazione, in merito ai criteri di sicurezza e accessibilità con il fine di ridurre il rischio di infortuni.

Il rischio di emarginazione (e autoesclusione) dal mondo del lavoro può essere in parte prevenuto alla progettazione e realizzazione di postazioni, attrezzature, dispositivi di protezione individuale adeguati che tengano conto delle specificità dei soggetti e ne consentano un impiego proficuo nelle attività lavorative perché vengono abbattute le eventuali limitazioni all’idoneità alla mansione specifica.

Il ruolo del medico del lavoro nella prevenzione all’obesità

L’obesità costituisce un problema di grande rilevanza sociale verso il quale si deve rivolgere una particolare attenzione: l’obeso è un lavoratore “fragile” a causa delle sue limitazioni funzionali che interferiscono con lo svolgimento delle più comuni attività lavorative e aumentano la sua esposizione a fattori di rischio.

L’attività di sorveglianza sanitaria svolta in azienda rappresenta un’occasione importante per attuare programmi di prevenzione e promozione della salute mirati a questi lavoratori. Nella normativa vigente in materia di salute e sicurezza sul lavoro (D.Lgs. 81/08) troviamo diversi riferimenti indiretti alle problematiche del lavoratore obeso: la necessità di considerare tutti i rischi (art. 28), analizzando l’ergonomia del posto di lavoro (art. 174, comma 1), adattando le misure di prevenzione alle esigenze dei lavoratori appartenenti a“gruppi particolarmente sensibili al rischio” (art. 183).

La visita medica di idoneità deve valutare la possibilità di svolgere in sicurezza i compiti lavorativi in base al grado di obesità e allo stato di salute generale dell’individuo. Il medico del lavoro gioca un ruolo fondamentale nella prevenzione in quanto è la figura incaricata a svolgere periodicamente visite mediche in azienda per stabilire l’idoneità lavorativa o meno del dipendente obeso. Tramite la raccolta di alcuni parametri (altezza, peso, pressione arteriosa) deve valutare i possibili rischi per la salute informare i lavoratori sui rischi della non corretta alimentazione. I fattori di rischio modificabili (peso, attività fisica, alimentazione) dovrebbero essere considerati dalla medicina di base e occupazionale per attuare interventi preventivi multidisciplinari, promuovendo nei lavoratori uno stile di vita corretto e misure preventive precoci. In quest’ottica, operano società come Tecsam che si occupano della salute e dell’ergonomia sui posti di lavoro con lo scopo di migliorare gli ambienti lavorativi e le mansioni rendendole maggiormente rispondenti alle esigenze dei lavoratori e delle imprese.

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